Amnistia e lavoro, perché se ne parla

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“La Corte ha condannato l’Italia già una volta nel 2009 per il caso di Izet Sulejmanovic, detenuto in una cella in cui aveva a disposizione meno di tre metri quadrati quando secondo gli standard internazionali dovrebbero essere 7. Alla Corte ora pendono più di mille ricorsi di detenuti, che lamentano ugualmente celle non in linea con gli standard e altri disservizi, come la mancanza di acqua calda nelle docce. Il governo italiano nel novembre 2011 aveva presentato a Strasburgo il piano carceri per dimostrare che sta agendo in modo da non essere nuovamente condannato. Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, organo incaricato di verificare se gli stati membri rispettano le sentenze della Corte, aveva però chiesto a Roma di dimostrare con i numeri come questo piano ridurrà il sovraffollamento, e di specificare se i magistrati, che adesso possono risarcire i detenuti per mancanza di spazio nella cella, hanno anche il potere di migliorare effettivamente la loro condizione detentiva.”
 
Se non fosse accaduto questo, e soprattutto se non ci fosse la spada di Damocle sullo Stato Italiano, chiamato a pagare una marea di risarcimenti ai detenuti, non si parlerebbe di lavoro, di amnistia, di modifica dei regolamenti penitenziari
Se non si sottolinea questo particolare momento, si rischia di mettere attorno ad un tavolo una serie di personaggi che raccontano quante belle cose si fanno a Padova, Milano, ecc., dimenticando che stiamo parlando di un’elite e non della realtà
Se il lavoro può essere una via di uscita dal percorso devianza-carcerazione-devianza dobbiamo partire da qui.

 

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