LA MIA ESPERIENZA ALLO “SPAZIO GIALLO” di Raffaella Bianchi

Più volte ho riflettuto sul motivo  che mi ha spinto a svolgere il tirocinio nel progetto Spazio Giallo e Sala d’Attesa, arrivando alla conclusione che mi sono buttata in questo percorso per CURIOSITA’, per il desidero  di conoscere una realtà per me fino ad allora estranea, sconosciuta, a parte.

Non mi sembrava una ragione nobile poiché, nell’accezione inflazionata dal gossip, il curioso con i suoi ripetuti richiami “Lo sapevate che..?” infastidisce e fa un cattivo uso di ciò che ha saputo o imparato. Mi sono rincuorata nel momento in cui ho cercato l’etimologia della parola curioso e ho scoperto che deriva dal termine latino cura e significa “colui che si cura di qualche cosa”. La curiosità, nel suo significato più fertile, può generare quindi sollecitudine, conoscenza, dinamismo, cura e un possibile cambiamento.

Ad ottobre 2012 sono così approdata all’area pre-colloqui della casa circondariale di Piacenza. Allora, la stanza dedicata all’attesa era spoglia e le pareti erano tinteggiate di un colore non particolarmente vivace. In questo luogo abbiamo accolto genitori, mogli, sorelle, fratelli e figli che si erano messi in movimento, sia fisico che emotivo, per mantenere la relazione affettiva con il loro familiare detenuto. La modalità per accogliere queste persone, tra loro molto eterogenee, è sempre diversa e va adeguata al singolo individuo che si incontra e soprattutto al suo stato emotivo. Con i bambini rompere il ghiaccio è più semplice, anche se non con tutti, poiché la mediazione del gioco sicuramente facilita il compito di trovare un punto comune di partenza e sciogliere l’imbarazzo. I bambini poi, con la loro spontaneità, spesso si fanno carico, anche inconsapevolmente, di risolvere certe situazioni impacciate. Stare in sala d’attesa ha significato per me imparare ad essere molto attenta all’altro, cogliere  qualsiasi particolare (espressivo, prossemico, gestuale) per provare a comprendere la situazione nel qui ed ora. L’incertezza è un aspetto pregnante del servizio, poiché non si ha mai la sicurezza di fare la mossa giusta, di aver capito in modo corretto i messaggi dell’altro. L’esperienza mi ha convinto che comunque valga la pena azzardare il primo passo, e nel totale rispetto della volontà dell’altro prendere l’iniziativa e stabilire un primo contatto, rompere il ghiaccio, insomma, perché spesso ciò che impedisce la comunicazione è l’imbarazzo, la vergogna.

Entra una coppia, marito e moglie: lei, vistosamente agitata, racconta in modo concitato il loro arrivo da una città del nord-est e il ritardo accumulato a causa delle disavventure e degli errori commessi durante il viaggio. Questi genitori incontrano per la prima volta il figlio nella casa Circondariale di Piacenza, poiché da poco il figlio è stato trasferito in questo Istituto. Una sfortunata coincidenza, ossia la presenza di lavori di manutenzione che rendono inutilizzabile una sala, determina anche l’impossibilità di entrare subito a colloquio perché la sala disponibile è già tutta occupata. Nell’ora che trascorrono ad aspettare il loro turno, noto che la madre si sposta sempre da un angolo all’altro della stanza e cerca di rimanere sola. Non capisco se questi spostamenti sono determinati dalla voglia di solitudine o sono un segnale per attirare l’attenzione. Decido di correre il rischio e di avvicinare la signora, intavolare un dialogo con una semplice domanda e dedurre, dalla sua reazione, se desidera la compagnia o meno. Aver rotto il ghiaccio ha generato  un’ora di racconto e di sfogo. Il timido tentativo e la disponibilità favorevole della signora hanno trasformato il tempo sterile dell’attesa in un tempo dell’incontro e della vicinanza.

L’ascolto è senz’altro, uno strumento privilegiato, di cui ho allenato l’utilizzo durante il tirocinio. Un ascolto che si caratterizza per alcuni aspetti particolari. E’ un ascolto puramente gratuito, privo di seconde o terze finalità, libero dal desiderio o dal compito  di scoprire la verità, di giudicare, di capire o di offrire soluzioni.  Ciò che ho tentato, accompagnata dalle mie esitazioni e dai miei errori, è stato di pormi in ascolto per incontrare l’altro, riconoscendone la diversità e nel contempo evitando di considerare l’altro una persona a me completamente estranea. Non sempre è stato semplice ed immediato. Nelle situazioni più impenetrabili i sentimenti, quali la paura, la preoccupazione, l’apprensione, la rabbia, lo sconforto, ma anche la fiducia, la nostalgia, la meraviglia e lo stupore hanno agevolato il compito, visto che i sentimenti accomunano tutti noi.

Tra le tante storie e frammenti di vita incontrati ed ascoltati durante l’attività di tirocinio racconto la storia di F. che mi ha profondamente colpita da subito per la piena ed incondizionata fiducia che nutre nel padre dei suoi figli e la tenacia con cui affronta le fatiche che la quotidianità le riserva. F. è originaria di uno stato nordafricano ma vive in Italia da  parecchi anni. Nel momento in cui il suo compagno ha iniziato la pena detentiva, giudicato colpevole per un reato contro la persona, ha tentato di tenere i figli presso di sé, ma dopo un anno si è convinta che la conciliazione dei tempi lavorativi era  incompatibile con le esigenze dei bambini, così ha deciso di affidare i figli a sua madre, che risiede in Africa. Da allora F., nella vita di tutti i giorni, lavora e risparmia per affrontare le spese, mantenere il compagno in carcere, acquistare i biglietti aerei per recarsi dai figli, rimanere con loro una settimana circa, portarli in Italia a incontrare il padre, in modo che non se lo dimentichino ed infine riaccompagnarli in Africa.

Durante il tirocinio ho anche assistito al rinnovamento dei locali: le pareti sono state ritinteggiate, sono stati inseriti mobili nuovi e i giochi sono stati arricchiti. La stanza è più solare ed accogliente e questo cambiamento è stato colto dai familiari visitatori come un interessamento a loro, come un avvaloramento della loro presenza.

Grazie alla curiosità, intesa come voglia di accrescere il proprio sapere, le informazioni confuse, i radicati stereotipi, le indelebili etichette e i diffusi pregiudizi che mi popolavano prima dell’esperienza di tirocinio si sono trasformate in storie. Storie di famiglie, che affrontano in solitudine situazioni complesse, storie di mogli fiduciose che sostengono in silenzio fatiche quotidiane, storie di madri che edulcorano ai figli la realtà nella convinzione di renderla più accettabile, storie di bambini che sono costretti ad affrontare situazioni che li fanno crescere precocemente.

Tutti i dolori sono sopportabili se possono entrare in una storia (K. Blixen)

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