ASPETTARE E NON VENIRE…

È mai capitato a chi legge di trovarsi in mezzo alla campagna su un treno che si è fermato improvvisamente? Passano i minuti, i quarti d’ora… I finestrini sono sigillati, l’aria condizionata non funziona e l’altoparlante, invece di dire che cosa sta succedendo, quanto tempo presumibilmente durerà la sosta, invita ad utilizzare il vagone bar, in fondo al treno. L’ansia cresce, si vorrebbe aprire il finestrino, scendere, fare qualcosa, insomma… Dopo mezz’ora si è pieni di rabbia, si vorrebbe vedere qualcuno con cui prendesela, e non ci vuole nulla per arrivare addirittura a sfondare un finestrino. Se questo accadesse quasi tutti i giorni, per anni?

In carcere succede, più o meno, quello che ho appena raccontato. Il detenuto se ne sta in una cella che è certamente meno confortevole di un vagone ferroviario, anche il più scalcinato, e aspetta… Ha fatto una “domandina” per incontrare l’educatore, lo psicologo, l’assistente sociale, ha inoltrato un’istanza, aspetta la Camera di Consiglio, ha chiesto un trasferimento, vorrebbe frequentare la scuola… Il tempo scorre, lui non riesce a sapere nulla… Tanto, in carcere, il tempo è una variabile insignificante.

La trasparenza e l’informazione, in carcere, sono diritti continuamente disattesi.

Il detenuto, ad esempio, ha diritto di “reclamo”. Lo prevede l’ordinamento penitenziario (art. 35 della Legge 354/1975). Nessun articolo, nessun comma, però, dice che cosa succede se ad un reclamo non viene data risposta. La Corte Costituzionale, infatti, con sentenza n. 26 dell’11 febbraio 1999, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di questo articolo nella parte in cui non prevede una tutela giurisdizionale di questo diritto. Sono passati quattordici anni, ma il rilievo della Corte non ha ancora trovato risposta e l’incompiutezza della legge rimane inalterata. Forse uno spiraglio nella direzione giusta è contenuto nel decreto legge sul carcere approvato dal Governo lo scorso 17 novembre. Vedremo…

Quando il detenuto invia un’istanza, una domanda, come fa a sapere se è stata spedita? Pochi sanno (immaginiamoci gli stranieri…) di poter chiedere il numero di protocollo. Ma anche chi sa, si trova di fronte, molto spesso, ad un muro. Per avere il numero di protocollo deve fare una “domandina”. E aspettare… E se nessuno si fa vivo?

Ieri mi diceva un detenuto: non pretendo di avere una risposta positiva. Voglio solo sapere, dopo mesi di attesa, se alla mia richiesta si risponde con un sì o con un no.

E’ pretendere troppo, questo?

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