C come carcere

Il carcere che deve umanizzarsi. Deve voltare pagina. All’improvviso parte la corsa al cambiamento affannoso e affannato. Le celle aperte, i volontari chiamati a riempire i vuoti di tempo e di idee.

La fretta sale, il termine ultimo si avvicina; l’Europa è pronta a sanzionarci in maniera pesante. La detenzione da anni nel nostro paese assomiglia a una alienante forma di tortura ma non sarebbe successo niente se non ci fosse la ragionevole paura di dover pagare una multa troppo salata. Avremmo dovuto sperare nella passione e nella sensibilità di questo direttore o di quel magistrato, nel senso di civiltà di questo o quel comandante. Come sempre.

Oggi, però, comincia un tempo nuovo e dovremmo quasi essere contenti.

Ma allora cos’è questa amarezza che passa tra noi, che frena l’entusiasmo e soffoca la gioia?

Questa umanizzazione è necessaria, irrinunciabile, auspicabile. Purtroppo non scalda il cuore.

c.c.

 

(Da Sosta Forzata, Giornale della Casa Circondariale di Piacenza, n. 3, dicembre 2013 – per gentile concessione)

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