L’importanza del diritto al lavoro delle persone detenute (di Desi Bruno, Garante Regionale Emilia-Romagna)

Il lavoro è ciò che chiede e di cui ha bisogno la grande maggioranza della popolazione detenuta, che per estrazione sociale è poverissima.

La questione del lavoro è un passaggio determinante per il percorso di un detenuto, non semplicemente in termini di occupazione e retribuzione ad esso legati, ma proprio in termini di assunzione di responsabilità e di valore nella ricostruzione di una persona.

Il sistema carcere, anche al fine di dare attuazione al dettato costituzionale sulla funzione della pena, deve avere la capacità di accompagnamento al lavoro e di reinserimento nel tessuto sociale e produttivo.

Apprendere capacità lavorative è una forma di educazione alla legalità e avere una professionalità da spendere sul mercato del lavoro, una volta fuori dal carcere, sarà la prima forma di protezione dal pericolo di recidiva e quindi anche fonte di sicurezza collettiva.

Per questo il diritto al lavoro delle persone detenute va salvaguardato e potenziato, come vuole anche l’art. 20 dell’O.P., che ne fa il fulcro del trattamento penitenziario. E, ciò nonostante, oggi la situazione è drammatica, perché esiguo è il numero delle persone che hanno l’opportunità di lavorare.

I dati ufficiali forniti dal DAP, aggiornati al 30 giugno 2013registrano, a fronte di 66.028 detenuti presenti negli istituti italiani, sono 11.579 lavoranti alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria e 2.148 non dipendenti ovverosia lavoratori in proprio o alle dipendenze di imprese e cooperative.

Detenuti Lavoranti Serie Storica: Anni 1991 – 2013

Situazione al 30 giugno 2013

Data Rilevazione

Detenuti Presenti

Lavoranti alle dipendenze dell’Amm.ne Penitenziaria

% Lavoranti alle dipendenze sul totale dei lavoranti

Lavoranti non alle  dipendenze dell’Amm.ne penitenziaria

% Lavoranti non alle dipendenze totale dei lavoranti

Totale Lavoranti

%  Lavoranti sui detenuti presenti

31/12/91

35.469

9.615

88,19

1.287

11,81

10.902

30,74

31/12/00

53.165

11.121

86,85

1.684

13,15

12.805

24,09

31/12/06

39.005

10.483

87,21

1.538

12,79

12.021

30,82

31/12/10

67.961

12.110

85,44

2.064

14,56

14.174

20,86

31/12/11

66.897

11.700

83,80

2.261

16,20

13.961

20,87

30/06/12

66.528

10.979

82,69

2.299

17,31

13.278

19,96

30/06/13

66.028

11.579

84,35

2.148

15,65

13.727

20,79

Alla stessa data, nella Regione Emilia Romagna – a fronte di 3800 presenze complessive nelle carceri – risultavano 748 i detenuti lavoranti, di cui 621 alle dipendenze dell’Amministrazione Penitenziaria.

Certo si può dire, e si dice, che i detenuti vengono dopo, devono pagare così i loro errori, fuori tanta gente è disoccupata, sta male, soffre la crisi. Perché pensare al lavoro in carcere?

Vero, ma il lavoro in carcere rappresenta un investimento per tutti, anche per la collettività in termini di sicurezza: perché il lavoro può abbattere la recidiva; perché gli stranieri potrebbero imparare un mestiere e non tornare sui barconi; perché i detenuti sono persone che hanno famiglia, hanno figli e quel che è capitato a loro non può essere del tutto separato da noi.

E allora sconcerta che la riduzione delle risorse destinate al carcere riguardi anche il lavoro che si svolge negli istituti , come si evince dai dati sopra riportati, , e che l’amministrazione penitenziaria sia costretta a ridurre i posti di lavoro interni e a ridurre il lavoro ad un simulacro di attività svolta a rotazione , a volte per pochi giorni, con danno anche per la pulizia, la salubrità e le condizioni di vita dei detenuti e di chi lavora.

E d’altra parte è possibile che non ci siano imprenditori che vogliono scommettere su un progetto di lavoro in carcere? Gli spazi ci sono, ci sono sgravi fiscali, una manodopera meno costosa e con voglia di fare, in modo che non venga sacrificato l’utile dell’impresa che così potrebbe svolgere anche la funzione sociale che la Costituzione le assegna.

A Bologna si sono messi insieme tre colossi, Ima, Gd e Marchesini, che assieme alla Fondazione Aldini Valeriani hanno dato vita ad un’impresa sociale ed hanno aperto con ottimi risultati un’officina in carcere, dando lavoro ad una dozzina di detenuti che eseguono lavori di carpenteria, assemblaggio e montaggio di componenti meccanici.

Se qualche imprenditore volesse provarci, l’esperienza potrebbe essere utilmente replicata.

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