STALKER

“… permettere a uomini e donne di costruirsi un’alfabetizzazione degli affetti, una ‘competenza amorosa’ che li metta al riparo dalle relazioni violente” (Remo Bodei, L’Espresso, n. 8, 27 febbraio 2014).

Mi capita di incontrare, in carcere, persone accusate di stalking. Spesso sono ragazzi molto giovani, inconsapevoli. Considerano, ad esempio, quel che hanno fatto come una normale lite fra fidanzati.

Mi chiedo che ne sarà di loro quando usciranno. Hanno talmente introiettato l’eredità della cultura patriarcale, dell’inferiorità della donna, che non potranno che ripetere il copione della violenza.

Il periodo trascorso in carcere, per queste persone, non servirà a nulla se nessuno li aiuterà a rivedere gli stereotipi culturali di cui sono intrisi, a ripensare e riorganizzare il senso dei rapporti interpersonali.

Lavorare per una “pena utile” significa educare all’autoconsapevolezza, alla problematizzazione sui propri comportamenti, ad operare una revisione sulla propria vita, a dare un nome ai sentimenti e alle passioni che ci agitano… Come dice Bodei, a “costruirsi un’alfabetizzazione degli affetti”.

Come si fa a far capire questo a coloro che, a chi dice “educazione”, obiettano continuamente “sicurezza”?

 

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