A PRANZO CON LA FAMIGLIA. UN SOGNO IMPOSSIBILE?

Poco tempo fa sono stato avvicinato da una persona che stimo molto. Mi ha detto sottovoce: “Ma come ha potuto dichiarare in un’intervista che uno dei suoi sogni, per il carcere, è quello di vedere, un giorno, i detenuti che ogni tanto hanno la possibilità di pranzare con la loro famiglia?”. Ho risposto che quello che a Piacenza è ancora un sogno, in alcune carceri è già realtà.

Riporto questa testimonianza dalla rivista “Ristretti Orizzonti”, periodico di informazione e cultura dal carcere Due Palazzi di Padova (n. 6, novembre 2013, pag. 20):

Erano passati più di dieci anni dall’ultima volta che di domenica mattina mi sono preparato per fare qualcosa di bello. Ed è successo di nuovo domenica scorsa: sveglia alle sette, caffè e una merendina, e poi l’attesa perché alle dieci di mattina avrei incontrato mia madre per fare un picnic particolare. Io, partito dall’Albania dieci anni fa ancora minorenne, finito ben presto in galera qui in Italia, la scorsa domenica ho pranzato con mia madre dentro il carcere.

“L’iniziativa, davvero straordinaria, vuole aiutare i detenuti ad aver cura dei loro affetti, e della loro normalità, aggiungerei io.

“Può sembrare a chi si trova in libertà che io sia un alieno, ma non è così, sono un ragazzo di quasi 26 anni che da un bel pezzo non pranzava con sua madre. Ho apparecchiato la tavola nella palestra allestita a sala colloqui per l’occasione, mi tremavano le mani dall’emozione, ero felice come una pasqua e lo stesso mia madre, mentre ero lì vedevo attorno gli altri miei compagni, tutti emozionati certamente, vedevo i bambini giocare con un pallone fatto di carte, loro forse non capivano la gioia che trasmettevano a noi. L’aria magica di quella domenica è difficile da immaginare per chi non c’era, le famiglie come per incanto avevano un sorriso stampato sulle labbra.

“Durante la settimana ho pensato a quanto aiuto dia ai detenuti ritrovare un po’ della normalità che si vive fuori, a quanto un gesto o un incentivo al miglioramento incida sul nostro cammino, a quanto sia servito questo colloquio a curare la depressione che si vive nelle carceri italiane. Sicuramente iniziative del genere aiutano più di tutti i farmaci che vengono assunti dai detenuti per andare avanti.

“Mi auguro di cuore che questa iniziativa non resti unica, perché certamente la migliore medicina in questi posti è l’umanità. Quell’umanità che mi ha permesso di mangiare con mia madre dopo dieci anni”.

 

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