NOVITA’ DAL PAESE DI NOVATE – in forma di favola –

C’era una volta (ma sarebbe meglio dire, rompendo gli stereotipi delle favole, “c’è”) vicino ad una città in riva al Po un piccolo paese di più di 500 abitanti. Strano paese. Con uno strano nome: “Novate” (la toponomastica ci dice che i nomi in -ate sono di origine longobarda e significano: terra di… Quindi, forse, il nome significa “terra di cose nuove”, ma mi sembra impossibile). Gli abitanti sono quasi tutti uomini, con solo una quindicina di donne rigorosamente separate. E gli uomini sono prevalentemente giovani, pieni di forze, di energie. Il paese (per un incantesimo) è circondato da alte mura che impediscono agli abitanti di frequentare il mondo esterno, che scorre poco lontano da loro e del quale sentono soltanto i rumori.

Ma non solo. Per lo stesso incantesimo tutte queste persone erano condannate a stare rinchiuse nelle loro stanze per 20 ore al giorno, a fare nulla, ipnotizzate da uno strumento (che si chiama televisione) che li teneva prigionieri di un mondo irreale, come di una droga.

Come in tutte le favole, anche nella nostra c’è l’intervento di una fata, o forse di una maga (chissà), con un nome strano: CEDU. La maga CEDU ha minacciato i governanti di questo paese di far pagare multe salatissime se gli abitanti del paese non saranno risvegliati dal loro torpore e non sarà consentito loro, se non di uscire dalle alte mura, di circolare liberamente nel paese per almeno otto ore al giorno. I governanti sono costretti ad obbedire a queste imposizioni della maga CEDU e quindi hanno emesso un bando (ha un nome stranissimo di cui conoscono il segreto significato solo i governanti: “sorveglianza dinamica”) che consente la libera circolazione delle persone per otto ore durante la giornata.

Gli abitanti sono usciti e hanno cominciato a guardarsi intorno, lievemente frastornati in un primo momento, a volte quasi ebbri a stare in spazi più grandi dei nove metri quadrati delle loro usuali stanze. Il paese non offre un granché. Non ci sono splendide architetture, chiese e monumenti eretti da grandi artisti. Solo due grandi edifici, decisamente brutti, ma si sa, ci si accontenta. Un edificio, poi, è nuovo nuovo; l’altro invece lascia molto a desiderare da tutti i punti di vista.

Gli abitanti hanno saputo che l’edificio nuovo è costato moltissimo. Si chiedono perciò: se c’erano i soldi per questo edificio nuovo perché non hanno trovato i soldi anche per sistemare l’edificio vecchio? Ma si sa, il paese di Novate è un paese strano e non ci si debbono fare troppe domande altrimenti il cervello si riscalda e si impazzisce (qualcuno degli abitanti infatti è arrivato persino a cucirsi la bocca, preso da improvvisa follia).

Dopo i primi giorni di entusiasmo e di euforia per l’insperata “libertà” (nel paese di Novate la parola “libertà” va sempre scritta fra virgolette, anche quando si parla, altrimenti non si capisce più nulla e si rischiano collassi semantici) gli abitanti di Novate hanno cominciato a porsi delle domande (pericolosissime in questo paese che è davvero strano): “E adesso che facciamo? Come impieghiamo queste ore che ci sono regalate?”. Qualcuno è addirittura arrivato a porsi una domanda incredibile: “Non potremmo renderci utili?”. Qualcuno invece, meno problematico, ha detto (i cambiamenti sono sempre difficili da accettare): “Io tornerei davanti alla televisione”.

Col passare del tempo, visto che non c’era nulla da fare, gli abitanti che non erano tornati davanti alla televisione proposero un gioco: formiamo due squadre, ci picchiamo di santa ragione e vediamo chi vince. Un gioco preistorico, ma sempre efficace quando non si ha nulla da fare. La situazione, insomma, si era fatta difficile, problematica. Molti avevano nostalgia delle vecchie abitudini e, come spesso succede, dicevano: “Si stava meglio quando si stava peggio”.

Ma alcuni abitanti più avveduti riproposero la domanda: “Come potremmo renderci utili?”. Abbiamo detto che erano quasi tutti giovani, pieni di energie. Non solo. Sapevano anche fare molte cose (con linguaggio moderno potremmo dire – e suona meglio – “avevano delle competenze”). C’erano falegnami, imbianchini, fabbri, ladri, calzolai, imprenditori, carrozzieri, commercianti, truffatori, esperti in casseforti, archeologi, minatori, idraulici, lattonieri… Insomma, una umanità molto varia con abilità altrettanto varie. Questi guardavano il vecchio edificio che, accanto a quello nuovo, si scopriva sempre più fatiscente e si vergognava (nel paese di Novate anche gli edifici provano sentimenti) e ne avevano compassione (la redazione del giornale di Novate ci fece uno studio – “Riconciliazione e strutture fatiscenti” – e pubblicò un numero speciale di “Sosta Forzata”).

Decisero di organizzarsi e di creare squadre di lavoro. Ci fu subito un fervore di attività. Le ore trascorrevano veloci. Quelli che erano tornati alla televisione guardarono fuori e, al vedere tutto quel brulichio, provarono invidia e scesero anche loro a dare una mano. In breve tempo il vecchio edificio fatiscente risplendette. Niente più infiltrazioni d’acqua, le docce funzionavano che era una meraviglia, l’impianto idraulico gorgogliava di gioia, perfino i lavapiedi ripristinati cantavano una loro canzone. Gli studenti nelle aule non avevano più paura di finire allagati per l’acqua che penetrava dal tetto, tre piani sopra. Gli aeratori frullavano e toglievano l’umidità. Le cucine risplendevano e l’AUSL diede un premio per il loro perfetto funzionamento. I giochi preistorici vennero abbandonati e la comunità dI Novate venne additata a tutto il Paese come una struttura modello che surclassò un altro paese fino ad allora famoso, Bollate. Tanto che persino gli abitanti di questo paese sognavano, di notte, nelle loro stanze, di potere un giorno avere la fortuna di andare a passare qualche giorno di vacanza a Novate…

Ops… Scusate, mi ero addormentato. Ok, è una favola, ma non esageriamo. Quello che ho scritto nell’ultimo capoverso (da “decisero di organizzarsi”) è solo un mio sogno. Ma perché non sperare che diventi realtà?

 

 

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