LA SCUOLA NEL CARCERE

Domani, alle 15, incontro con i Sottosegretari alla Pubblica Istruzione, Reggi, e alla Giustizia, Ferri.

Parleremo della scuola nel carcere. Nel carcere di Piacenza, ma anche in tutte le carceri italiane.

Con la collaborazione delle Dirigenti delle scuole che operano in carcere abbiamo preparato un documento che illustra la situazione:

LA SCUOLA IN CARCERE

  1. L’ESISTENTE

La scuola in carcere ha numerose indiscutibili peculiarità:

– è frequentata da persone private non solo della libertà, ma anche della rete degli affetti e assai spesso del lavoro. Di fatto le classi sono composte per il 100% da persone con BES (Bisogni Educativi Speciali) e tutte le attività didattiche devono essere fortemente personalizzate;

– accoglie anche persone analfabete e/o provenienti da contesti socio-economici fortemente deprivati. Spesso la scuola si deve fare carico di un percorso di educazione/formazione culturale di base, prima che di apprendimento;

– è strutturata su gruppi-classe soggetti a frequenti cambiamenti nel corso dell’anno scolastico. L’impianto didattico non può prescindere dal fatto che la frequenza dei detenuti è spesso molto irregolare;

– non si serve di fatto degli strumenti indicati dalla L. 104/1992 e dalla L. 170/2010 perché nessuno dei detenuti produce documentazione attestante una disabilità o la presenza di uno dei DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento: dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia). Se è vero che l’identificazione di alcuni disturbi è decisamente più complessa negli adulti, soprattutto se non alfabetizzati, rispetto a quanto non avvenga nei bambini, risulta statisticamente assai improbabile che in una comunità di alcune centinaia di persone nessuno necessiti mai di un docente di sostegno;

– è strutturata su classi determinate da molti fattori “esterni” (l’offerta formativa propria di un determinato carcere, l’appartenenza ad una sezione, la possibilità di incontrare determinati altri iscritti, le dimensioni dell’aula, l’orario lasciato libero da eventuali impegni di lavoro…). Qualsiasi principio di carattere pedagogico-didattico risulta secondario rispetto ai vincoli di organizzazione e gestione del servizio. Così, è possibile avere classi formate unicamente da persone di cittadinanza non italiana;

– è più stabile nelle sezioni in cui più alto è il numero dei detenuti;

– è garantita dal lavoro di docenti cui non viene chiesta nessuna formazione specifica e che non sono inseriti in una graduatoria dedicata;

– prevede un uso limitatissimo delle nuove tecnologie e in ogni caso non può avvalersi delle potenzialità di Internet;

– cade sotto la responsabilità di dirigenti scolastici individuati sulla base dell’ordine di scuola offerto (primaria, secondaria di primo grado, secondaria di secondo grado), non sulla base dei punti di erogazione del servizio. Così, in uno stesso carcere – fino ad oggi – possono operare docenti dipendenti da due dirigenti scolastici;

– sul territorio regionale e nazionale è caratterizzata da differenze di organizzazione/gestione del servizio anche assai significative;

– è legata ad istituzioni scolastiche che in Emilia-Romagna non sono mai entrate in rete;

– vede di norma quantificato il suo servizio a partire dal numero delle persone che hanno conseguito un titolo di studio, non a partire dal numero di ore di lezione garantito.

  1. I PROBLEMI DI FONDO

Alla luce di quanto evidenziato, sembra necessario approfondire quattro problematiche:

 

  1. È corretto considerare la scuola in carcere come una variante marginale delle scuole normate dagli attuali ordinamenti?

La scuola in carcere da un lato è ancorata alla normativa vigente (si pensi al calendario delle lezioni, alla tempistica delle iscrizioni, alla percentuale di ore di lezione che rende valido l’anno scolastico frequentato…), dall’altro è sganciata dalla normativa vigente in virtù di alcune deroghe (per esempio, le iscrizioni devono essere presentate su carta e non compilando un documento in formato elettronico).

Ci si chiede se la scuola in carcere non debba avere un ordinamento proprio in considerazione delle peculiarità evidenziate nel precedente paragrafo.

A titolo esemplificativo, in questa direzione pare fondamentale riflettere sulla opportunità dell’articolazione delle lezioni nei soli mesi di settembre-giugno, così come sulla opportunità di una raccolta di iscrizioni nel mese di febbraio di un certo anno quando le lezioni inizieranno almeno sei mesi dopo (e la popolazione del carcere sarà cambiata sensibilmente).

Si potrebbe tuttavia riflettere anche sul curricolo proposto ai detenuti. Per esempio, nella scuola del carcere, che opera in un luogo in cui gli atti di autolesionesimo e i tentativi di suicidio sono percentualmente sempre allarmanti, non potrebbe essere utile inserire come disciplina l’educazione fisica, intesa anche come strumento di educazione alla salute, di promozione dell’equilibrio psico-fisico, di prevenzione di disturbi psicologici e psicosomatici?

  1. Quali sono gli obiettivi della scuola in carcere?

Si è generalmente concordi sul fatto che la scuola in carcere debba offrire istruzione e formazione. Tuttavia, per molti le parole “istruzione” e “formazione” sono inscindibilmente legate all’impianto proprio del sistema scolastico-formativo normato dalla legge per i più, non specificamente per i detenuti.

Perseguire “istruzione” e “formazione” all’interno delle carceri significa re-inventare una scuola che parta dai dati di realtà e trovi la sua efficacia nel raggiungere i suoi obiettivi, non nel riproporre modelli pensati per persone che non vivono recluse.

In questa direzione è importante riflettere su cosa possa significare privilegiare l’approccio laboratoriale e professionalizzante nella didattica curricolare (quindi, anche a livello di determinazione delle discipline da proporre).

  1. Chi è legittimato a modificare l’offerta formativa delle scuole all’interno delle carceri?

In Emilia-Romagna, fino all’a. s. 2013/2014 spettava alla Conferenza di Servizio delle singole province la determinazione della offerta formativa del territorio, però in conferenza di servizio il carcere non era rappresentato.

Non è ancora chiaro cosa accadrà quando numerose delle competenze delle Province passeranno ai Comuni.

In ogni caso, gli organi collegiali delle istituzioni scolastiche non possono deliberare l’attivazione di percorsi / indirizzi diversi da quelli già presenti all’interno delle carceri perché – com’è ovvio – solo le figure apicali delle carceri stesse possono autorizzare cambiamenti.

Si ha la sensazione che si sia creato un corto circuito destinato a sclerotizzare l’esistente: né il carcere può ampliare o modificare autonomamente la propria offerta scolastica, né la scuola può ampliare o modificare autonomamente la propria offerta all’interno delle carceri.

Qualora poi l’attivazione di un percorso formativo richieda l’utilizzo di un laboratorio da attrezzare ex novo e la stipula di accordi regionali, come nel caso dei percorsi di IeFP (Istruzione e Formazione Professionale), le difficoltà nell’identificare chi possa legittimamente avanzare una proposta e chi debba reperire i finanziamenti necessari generano di norma il congelamento della proposta stessa.

  1. Quali sono le prospettive per l’istruzione carceraria?

L’organico per le scuole delle carceri rientra nell’organico provinciale ed in passato il numero dei docenti è stato ridotto per abbassare i costi a carico dello Stato. Ciò ha creato gravi problemi, come è stato sottolineato anche dalla Garante Regionale, avv. Desi Bruno, con lettera del 1 giugno 2012 indirizzata all’Ufficio Scolastico Regionale e a due Assessorati della Regione.

Si ricorda che l’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna l’8 maggio 2012 aveva approvato una risoluzione con oggetto il potenziamento delle lezioni scolastiche all’interno delle carceri della Regione. Nella risoluzione si chiedeva alla Giunta Regionale di “realizzare il coordinamento e la razionalizzazione dei contenuti e delle azioni formative, in modo da comporre un quadro d’insieme dell’offerta e della programmazione degli interventi”. Si chiedeva inoltre di “favorire nei tavoli di lavoro interistituzionali l’attività di definizione di indicatori di qualità per la progettazione di percorsi formativi, l’attività di coordinamento e sostegno finalizzato all’aggiornamento degli insegnanti”.

In diverse province della Regione Emilia-Romagna a partire dal 1 settembre 2014 si passerà dai Centri Territoriali Permanenti (CTP) ai Centri Provinciali di Istruzione per Adulti (CPIA). La scuola di base delle carceri (quindi: corsi di alfabetizzazione, scuola primaria, scuola secondaria di primo grado) passerà a questa nuova struttura, mentre le scuole secondarie di secondo grado attive nelle carceri si dovrebbero legare ai CPIA mediante convenzione. Quali procedure devono essere avviate? Si potrà partire effettivamente il 1° settembre? Chi monitorerà il percorso, anche ai fini di garantire il regolare avvio dell’anno scolastico?

Il 18 febbraio scorso l’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia Romagna ha pubblicato il documento “I nuovi orizzonti per l’Istruzione degli Adulti”. E’ auspicabile che il documento venga rimodulato tenendo conto anche delle particolari esigenze delle strutture carcerarie.

C. LE PROPOSTE

Si ritiene necessario sollecitare la Regione a formalizzare linee-guida per tutte le scuole carcerarie dell’Emilia-Romagna; tali linee-guida dovrebbero supportare l’attuazione del Protocollo di intesa tra il Ministero dell’Istruzione e il Ministero della Giustizia “Programma speciale per l’istruzione e la formazione negli istituti penitenziari” (di validità triennale a partire dall’a. s. 2012-2013).

La presentazione delle linee-guida potrebbe essere accompagnata da attività di formazione per docenti e per funzionari della professionalità giuridico-pedagogica (educatori).

Segue, a mero titolo esemplificativo, un elenco di argomenti / tematiche che potrebbero essere sviluppate nelle linee-guida di cui sopra.

1. ORGANIZZAZIONE DEL SERVIZIO

Considerate le caratteristiche della popolazione carceraria, sembra indispensabile vincolare il servizio scuola non al numero di iscritti definito in un certo mese dell’anno, bensì al numero di classi che il carcere ha la necessità di offrire stabilmente sulla base del numero delle persone detenute.

2. ISCRIZIONI

Secondo le disposizioni nazionali, le iscrizioni dovrebbero essere formalizzate entro il mese di febbraio che precede l’inizio dell’anno scolastico. Tra febbraio e settembre, soprattutto nelle Case Circondariali, la popolazione carceraria può cambiare sensibilmente.

Dovrebbe perciò essere possibile accogliere iscritti in qualunque momento dell’anno scolastico. In ogni caso le iscrizioni dovrebbero essere formalizzate a partire da settembre.

È poi evidente, considerata l’impossibilità dell’iscrizione on line, che dovrebbe continuare ad essere consentito l’utilizzo della modulistica cartacea.

3. CURRICOLO

Il numero delle ore di lezione è fissato a livello nazionale/regionale; le discipline sono determinate da norme nazionali/regionali, riferite a studenti per lo più non maggiorenni.

Nella scuola carceraria il numero di ore di lezione dovrebbe tenere conto dei vincoli della struttura. Inoltre, per la scuola secondaria di secondo grado occorrerebbe favorire insegnamenti pratici/laboratoriali/professionalizzanti.

Il Protocollo citato, al punto f) dell’art. 3, impegna ad “allestire laboratori didattici e tecnici di supporto alle attività scolastiche e formative […]”.

4. ORGANIZZAZIONE DIDATTICA

Sarebbe necessario favorire:

–          corsi/attività anche nei mesi di giugno-settembre. In carcere il tempo ha una sua dimensione tutta particolare: è nel periodo estivo che si registra il maggior bisogno di attività, ma in giugno la scuola “ordinaria” finisce il proprio compito;

–          percorsi intensivi (non solo di alfabetizzazione di base);

–          esami di Stato (ex licenza media) in almeno due sessioni l’anno;

–          un approccio didattico modulare che consenta la certificazione delle competenze in qualsiasi momento dell’anno;

–          l’ampliamento della offerta formativa attraverso l’istituzione di percorsi modulari brevi che intercettino bisogni formativi anche di area artistico-creativa;

–          sperimentazione di un portfolio dello studente condiviso, almeno quanto a modello, con i funzionari della professionalità giuridico-pedagogica.

Il Protocollo citato, al punto b) dell’art. 3, impegna a “favorire l’organizzazione di percorsi di istruzione e formazione modulari e flessibili […]”. Naturalmente ciò comporta che ogni singola struttura carceraria predisponga un preciso e sempre aggiornato piano dell’offerta formativa basato sulla definizione di obiettivi e finalità. A questo proposito il Protocollo, al punto i) dell’art. 3, impegna a “effettuare, annualmente e in forma congiunta, la ricognizione dei bisogni formativi […]”.

5. COLLABORAZIONI

Con le risorse umane assegnate dall’amministrazione scolastica spesso non è possibile garantire un servizio che risponda alle necessità di ciascuno. Dovrebbe essere possibile (e dovrebbe essere riconosciuta a livello istituzionale) la collaborazione con enti, associazioni, singoli volontari al fine di garantire a tutte le persone detenute la possibilità di seguire un percorso formativo/scolastico individualizzato, qualora fosse impossibile il percorso di gruppo. Si veda, a questo proposito, il punto d) dell’art. 3 del Protocollo.

6. VALIDITÀ DELL’ANNO SCOLASTICO

Per legge un anno scolastico è valido se lo studente matura una frequenza pari o superiore ai ¾ dell’orario personalizzato.

In una struttura come il carcere dovrebbe essere possibile operare in deroga al vincolo suddetto.

Ciò vale tanto più in quanto in carcere è sempre possibile che un detenuto venga trasferito in altra struttura. A questo proposito sembra fondamentale il punto h) dell’art. 3 del Protocollo che impegna a “individuare i moduli formativi e le relative misure organizzative più idonee a ridurre gli impatti negativi sul processo di formazione derivanti dal trasferimento dei detenuti”.

7. ESAMI DI CONCLUSIONE DEL PRIMO CICLO (EX LICENZA MEDIA)

L’adulto che non abbia frequentato i corsi del CTP per legge deve sostenere l’esame conclusivo del primo ciclo (ex licenza media) con gli studenti delle scuole secondarie di primo grado (di età inferiore ai 16 anni).

Una persona detenuta che si prepari privatamente non potrebbe, quindi, sostenere l’esame in carcere insieme a chi abbia seguito le lezioni della sede carceraria del CTP.

Dovrebbe essere, invece, consentito ai CTP operanti nelle carceri di far sostenere gli esami conclusivi del primo ciclo anche ai privatisti che non abbiano potuto seguire i corsi del CTP stesso all’interno del carcere.

Ciò diventerebbe tanto più ragionevole in quanto l’esame di conclusione del primo ciclo degli studenti delle scuole secondarie di primo grado prevede 4 prove scritte, 2 prove nazionali Invalsi e 1 prova orale su tutte le discipline del curricolo, mentre l’esame presso il CTP prevede una prova scritta di italiano, una prova scritta di matematica e una prova orale.

8. SCUOLA – AREA TRATTAMENTALE

Ai fini di un miglioramento del servizio e del monitoraggio della situazione dei singoli, dovrebbero essere esplicitati tempi e modalità di confronto della scuola con l’area trattamentale.

9. AULE

Si richiama il punto c) dell’art. 5 del Protocollo con il quale il Ministero della Giustizia si impegna, sia pure compatibilmente con le risorse finanziarie disponibili, “ad adeguare le strutture e gli spazi destinati alle attività di istruzione e formazione negli Istituti penitenziari”.

 

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