IL CARCERE ENTRA A SCUOLA, LE SCUOLE ENTRANO IN CARCERE

Nel carcere “Due Palazzi” di Padova è in atto, da anni, una iniziativa con le scuole che vede la presenza, in carcere, di studenti (oltre 6000, dico SEIMILA, mediamente, ogni anno) per incontrare la redazione di “Ristretti Orizzonti”.

Dal n. 1/2014 della Rivista trascrivo alcune parti della testimonianza di uno di questi studenti, Massimiliano B., del Liceo Galilei di Caselle di Selvazzano. Massimiliano ha quindi 17 o 18 anni e io, che ne ho 74, credo di aver molto da imparare da lui e da tutti i ragazzi e le ragazze come lui che incontro nelle scuole.

Sono Massimiliano, uno studente del Liceo Scientifico Galileo Galilei, e il 13 gennaio di quest’anno sono stato nel carcere Due Palazzi di Padova per il progetto carcere. Mi sento in dovere di ringraziare tutte le persone che oggi hanno preso parte al progetto, volontari e detenuti, perché mi hanno donato un’esperienza unica di cui farò tesoro per tutta la vita.

Per carattere, sono sempre stato molto duro verso gli altri, tendendo a giudicare molto severamente quelli che secondo me non rispettavano i valori fondamentali per una vita serena in società. Credevo di avere un elevato e ben fondato senso di giustizia, osservando sempre le regole e guardando male chi non faceva altrettanto. Credevo di sapere bene dove fosse il male, standone alla larga e promettendomi di non corrompere mai i miei valori e ciò in cui credevo. Credevo quindi di essere una persona giusta, che perseguisse il bene. Credevo di essere maturo e di avere una concezione della vita abbastanza chiara.

Ma mi sbagliavo. Oggi tutto quello in cui ho sempre creduto è vacillato, certi valori (o almeno quelli che pensavo che lo fossero) sono crollati con così tanta rapidità da lasciarmi davvero sorpreso. Senza avere alcun tipo di informazione o alcun tipo di autorità, vedevo le persone in carcere come “gente che se l’è cercata, che poteva pensarci prima”. Lo facevo forse per comodità, o forse per mancanza di consapevolezza. Sentendo le vostre storie e toccando con mano, anche solo per un paio d’ore, il vostro mondo (che è anche il nostro, ma spesso preferiamo non vedere e non parlare di quanto si soffra in carcere, di quello che succede lì dentro, come se fosse appunto un posto lontanissimo che mai e poi mai ci toccherà vedere) ho capito che le persone chiuse in carcere nutrono sentimenti come i miei, anzi decisamente più profondi dei miei, interrogandosi sui miei stessi pensieri, avendo la mia stessa voglia di avere una vita ricca e felice, ma con uno spirito diverso e forse con un’intenzione e una determinazione più forte di “noi gente libera”.

[…] Oggi ho per la prima volta capito che tutti hanno del bene e dal male insieme, e che bisogna nutrire la parte di bene che ognuno di noi ha, e so che questa potrebbe sembrare una conclusione piuttosto ovvia, ma per me, senza il vostro aiuto, non sarebbe stato nemmeno lontanamente concepibile.

[…] La mia domanda su che cos’è la giustizia si è di nuovo aperta, ora ho più materiale su cui lavorare e le idee più chiare su cosa dovrò rispondere.

A Piacenza iniziative come questa non sono possibili e quindi andiamo noi nelle scuole. Ma anche nel carcere di Piacenza c’è una redazione che settimanalmente si incontra per riflettere e per pubblicare poi un nuovo numero della rivista che ha per titolo “Sosta Forzata”. Si pubblica da dieci anni, grazie a Carla Chiappini che vi ha dedicato e vi dedica l’anima. E grazie ai detenuti/redattori che vedono in questo lavoro una delle poche possibilità che sono loro offerte di riflettere sulla loro esperienza e di assumersene la responsabilità.

 

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