I Garanti al Festival del Diritto

 

Nell’ambito del Festival del Diritto 2014 che si terrà a Piacenza dal 25 al 28 settembre presieduto come sempre da Stefano Rodotà e dedicato a riflessioni, approfondimenti e testimonianze sul tema PARTECIPAZIONE/ESCLUSIONE

 

Il Garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Piacenza

invita

Venerdì 26 settembre, ore 9.30

presso Salone d’Onore di Palazzo Rota Pisaroni in Via S. Eufemia 12

 

all’incontro sul tema

 

“Il Garante dei diritti nei luoghi di reclusione. 

Storie, esperienze e riflessioni in Emilia-Romagna”
coordina

DESI BRUNO

Garante Regionale Emilia-Romagna
intervengono
ROBERTO CAVALIERI, ALBERTO GROMI, MARCELLO MARIGHELLI

Garanti di Parma, Piacenza e Ferrara

 

Una tavola rotonda dedicata al confronto e alla narrazione dell’esperienza dei Garanti impegnati nell’ambito della tutela dei diritti dei detenuti, avamposto avanzato della cittadinanza all’interno di un sistema ancora opaco e chiuso in sé stesso. Proposte e suggerimenti per avvicinare ulteriormente la città reclusa alla città libera, favorendo così reali processi di inclusione.

 

DIO HA BISOGNO DEGLI UOMINI – Papa Francesco nel carcere di Isernia

Ieri, sabato, Papa Francesco è stato nel carcere di Isernia. Ha detto, tra l’altro, ai detenuti:

“Quando il Signore ci perdona non dice: “Io ti perdono, arrangiati!”. No, Lui ci perdona, ci prende per mano e ci aiuta ad andare avanti in questo cammino del reinserimento, nella propria vita personale e anche nella vita sociale. Questo lo fa con tutti noi. Pensare che l’ordine interiore di una persona si corregga soltanto “a bastonate” – non so se si dica così –, che si corregga soltanto con la punizione, questo non è di Dio, questo è sbagliato. Alcuni pensano: “No, no, si deve punire di più, più anni, di più!”. Questo non risolve niente, niente! Ingabbiare la gente perché – scusatemi la parola – per il solo fatto che se sta dentro siamo sicuri, questo non serve, non ci aiuta. La cosa più importante è ciò che fa Dio con noi: ci prende per mano e ci aiuta ad andare avanti. E questo si chiama speranza! E con questa speranza, con questa fiducia si può camminare giorno per giorno. E con questo amore fedele, che ci accompagna, la speranza non delude davvero”.

Bello. Ma assurdo. Dove è la mano di Dio? Come facciamo a vederla, a sentirla? Il Papa usa delle metafore?

Io credo che davvero “Dio ha bisogno degli uomini”. Ha bisogno della loro mano di carne per far sentire che Lui c’è davvero a sostenere. Ha bisogno della mano della volontaria, della mano dell’agente, della mano del direttore, della mano dell’educatore, della mano del compagno di cella, della mano dello scrivano, della mano del magistrato… Anche della mano del garante…

Forse bisognerebbe ricordarlo, ogni tanto. Siamo la mano di Dio.

 

IL CARCERE ENTRA A SCUOLA, LE SCUOLE ENTRANO IN CARCERE

Nel carcere “Due Palazzi” di Padova è in atto, da anni, una iniziativa con le scuole che vede la presenza, in carcere, di studenti (oltre 6000, dico SEIMILA, mediamente, ogni anno) per incontrare la redazione di “Ristretti Orizzonti”.

Dal n. 1/2014 della Rivista trascrivo alcune parti della testimonianza di uno di questi studenti, Massimiliano B., del Liceo Galilei di Caselle di Selvazzano. Massimiliano ha quindi 17 o 18 anni e io, che ne ho 74, credo di aver molto da imparare da lui e da tutti i ragazzi e le ragazze come lui che incontro nelle scuole.

Sono Massimiliano, uno studente del Liceo Scientifico Galileo Galilei, e il 13 gennaio di quest’anno sono stato nel carcere Due Palazzi di Padova per il progetto carcere. Mi sento in dovere di ringraziare tutte le persone che oggi hanno preso parte al progetto, volontari e detenuti, perché mi hanno donato un’esperienza unica di cui farò tesoro per tutta la vita.

Per carattere, sono sempre stato molto duro verso gli altri, tendendo a giudicare molto severamente quelli che secondo me non rispettavano i valori fondamentali per una vita serena in società. Credevo di avere un elevato e ben fondato senso di giustizia, osservando sempre le regole e guardando male chi non faceva altrettanto. Credevo di sapere bene dove fosse il male, standone alla larga e promettendomi di non corrompere mai i miei valori e ciò in cui credevo. Credevo quindi di essere una persona giusta, che perseguisse il bene. Credevo di essere maturo e di avere una concezione della vita abbastanza chiara.

Ma mi sbagliavo. Oggi tutto quello in cui ho sempre creduto è vacillato, certi valori (o almeno quelli che pensavo che lo fossero) sono crollati con così tanta rapidità da lasciarmi davvero sorpreso. Senza avere alcun tipo di informazione o alcun tipo di autorità, vedevo le persone in carcere come “gente che se l’è cercata, che poteva pensarci prima”. Lo facevo forse per comodità, o forse per mancanza di consapevolezza. Sentendo le vostre storie e toccando con mano, anche solo per un paio d’ore, il vostro mondo (che è anche il nostro, ma spesso preferiamo non vedere e non parlare di quanto si soffra in carcere, di quello che succede lì dentro, come se fosse appunto un posto lontanissimo che mai e poi mai ci toccherà vedere) ho capito che le persone chiuse in carcere nutrono sentimenti come i miei, anzi decisamente più profondi dei miei, interrogandosi sui miei stessi pensieri, avendo la mia stessa voglia di avere una vita ricca e felice, ma con uno spirito diverso e forse con un’intenzione e una determinazione più forte di “noi gente libera”.

[…] Oggi ho per la prima volta capito che tutti hanno del bene e dal male insieme, e che bisogna nutrire la parte di bene che ognuno di noi ha, e so che questa potrebbe sembrare una conclusione piuttosto ovvia, ma per me, senza il vostro aiuto, non sarebbe stato nemmeno lontanamente concepibile.

[…] La mia domanda su che cos’è la giustizia si è di nuovo aperta, ora ho più materiale su cui lavorare e le idee più chiare su cosa dovrò rispondere.

A Piacenza iniziative come questa non sono possibili e quindi andiamo noi nelle scuole. Ma anche nel carcere di Piacenza c’è una redazione che settimanalmente si incontra per riflettere e per pubblicare poi un nuovo numero della rivista che ha per titolo “Sosta Forzata”. Si pubblica da dieci anni, grazie a Carla Chiappini che vi ha dedicato e vi dedica l’anima. E grazie ai detenuti/redattori che vedono in questo lavoro una delle poche possibilità che sono loro offerte di riflettere sulla loro esperienza e di assumersene la responsabilità.

 

“PENA” di Pierpaolo Perotti

Piepaolo Perotti ha vent’anni. Risiede a Rottofreno (PC). Ha frequentato il Liceo classico sperimentale presso il Liceo Gioia di Piacenza dove ha conseguito la maturità nel luglio 2013.

Di indole sensibile e dolce, ama la musica, la matematica, la poesia ma anche la buona cucina. Si esprime soprattutto attraverso la scrittura. E’ sempre stato molto amato dai compagni di scuola per il suo carattere e i tratti di originalità determinati anche dalla sua condizione di autistico che lo rendono assai speciale.

Sabato 31 maggio al Caffè Letterario del Liceo Gioia, durante un incontro molto partecipato, è stato presentato il suo volume di poesie (Pierpaolo Perotti, La voglia di colore parla per me, LIR edizioni) che raccomando a tutti. La poesia “Pena”, tratta da questo volume, è stata scritta da Pierpaolo dopo uno degli incontri che facciamo da anni nelle scuole. 

Ringrazio di cuore Pierpaolo che, attraverso la mediazione della mamma, mi ha autorizzato a pubblicare la poesia nel blog del Garante dei detenuti.

PENA

Dura

lieve

mite

giusta

equa

odiosa

iniqua

pesante.

Quanti modi per definire la pena.

Ma Betlemme non merita ancora

il silenzio sulla divina volontà

di perdonare l’uomo dai peccati commessi.

 

Le leggi degli uomini impongono di riparare

alla colpa attraverso una giusta pena.

 

La pena è ferita aperta che sfugge al perdono degli uomini

ma è curata dalla misericordia di Dio.

 

La pena è anche quella vissuta dagli innamorati costretti

e condannati come relitti ad un solitario nascondiglio

per un amore contrastato o non corrisposto.

 

La pena è il male di vivere in un corpo che non ti risponde

o essere costretti ad andare lontano, strappati

da tutto e da tutti gli affetti senza un perché.

            (16 febbraio 2011)

VOLONTARIATO E RESPONSABILITA’

Lo vado dicendo ormai da anni. Inascoltato. Se glielo dice anche Ornella Favero, così autorevole, magari la gente capisce…

“La nostra conoscenza delle carceri dovrebbe portarci a rivoluzionare la nostra idea di come fare i volontari in galera e a lavorare per un coinvolgimento più forte delle persone detenute proprio in una pratica di volontariato che le costringa a misurarsi con la loro responsabilità. E che cosa c’è di più responsabilizzante di dover rispondere alle domande poco tenere degli studenti, magari immaginando di avere di fronte i propri figli?”

(Ornella Favero, “Adulti codardi”, in “Ristretti. Periodico di informazione e cultura del Carcere Due Palazzi di Padova”, n. 1/2014, pag. 1)

I DUE FIGLI DELLA GIUSTIZIA

“La giustizia sembra madre di due figli: l’uno legittimo, il processo, e l’altro illegittimo, il carcere. E’ orgogliosa del primo, concentrando su di esso ogni attenzione, esempio di sacralità e garantismo. Del secondo quasi si vergogna, tentando di nasconderlo, affinché lo si intraveda appena”.

Nicolò Amato, Il carcere trasparente, Edizione delle Autonomie, Roma 1987, cit. in Pietro Buffa, Prigioni. Amministrare la sofferenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino 2013

IL DETENUTO TUNISINO CHE USA I CONGIUNTIVI

Venerdì scorso avevo un elenco di quindici persone che desideravano parlare con il Garante: tre italiani e dodici stranieri.

Entra un ragazzo tunisino. Mi dice di avere 32 anni. Senza che io chieda nulla, comincia a raccontare la sua storia. La riflessione si dipana con serenità, ma quel che mi colpisce è il fatto che infila una serie di congiuntivi con subordinate complicatissime che rispettano sempre la consecutio. Sono strabiliato. Mi complimento con lui e gli chiedo se sta andando a scuola. Gli si inumidiscono gli occhi. “Ho fatto tante sciocchezze – mi dice – quando ero ragazzo. Quando ho cominciato a prendere la via giusta (e ce l’ho fatta) è arrivato – dopo una decina di anni – il definitivo”. Questo significa che ha cominciato a scontare la pena dieci anni dopo i reati, quando aveva trovato – da solo – la strada giusta, abbandonando la droga.

Adesso vorrebbe riprendere la scuola (liceo scientifico) e fare l’esame di idoneità alla classe quarta.

Ce la faremo ad aiutarlo?

 

 

LA SCUOLA NEL CARCERE

Domani, alle 15, incontro con i Sottosegretari alla Pubblica Istruzione, Reggi, e alla Giustizia, Ferri.

Parleremo della scuola nel carcere. Nel carcere di Piacenza, ma anche in tutte le carceri italiane.

Con la collaborazione delle Dirigenti delle scuole che operano in carcere abbiamo preparato un documento che illustra la situazione:

LA SCUOLA IN CARCERE

  1. L’ESISTENTE

La scuola in carcere ha numerose indiscutibili peculiarità:

– è frequentata da persone private non solo della libertà, ma anche della rete degli affetti e assai spesso del lavoro. Di fatto le classi sono composte per il 100% da persone con BES (Bisogni Educativi Speciali) e tutte le attività didattiche devono essere fortemente personalizzate;

– accoglie anche persone analfabete e/o provenienti da contesti socio-economici fortemente deprivati. Spesso la scuola si deve fare carico di un percorso di educazione/formazione culturale di base, prima che di apprendimento;

– è strutturata su gruppi-classe soggetti a frequenti cambiamenti nel corso dell’anno scolastico. L’impianto didattico non può prescindere dal fatto che la frequenza dei detenuti è spesso molto irregolare;

– non si serve di fatto degli strumenti indicati dalla L. 104/1992 e dalla L. 170/2010 perché nessuno dei detenuti produce documentazione attestante una disabilità o la presenza di uno dei DSA (Disturbi Specifici di Apprendimento: dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia). Se è vero che l’identificazione di alcuni disturbi è decisamente più complessa negli adulti, soprattutto se non alfabetizzati, rispetto a quanto non avvenga nei bambini, risulta statisticamente assai improbabile che in una comunità di alcune centinaia di persone nessuno necessiti mai di un docente di sostegno;

– è strutturata su classi determinate da molti fattori “esterni” (l’offerta formativa propria di un determinato carcere, l’appartenenza ad una sezione, la possibilità di incontrare determinati altri iscritti, le dimensioni dell’aula, l’orario lasciato libero da eventuali impegni di lavoro…). Qualsiasi principio di carattere pedagogico-didattico risulta secondario rispetto ai vincoli di organizzazione e gestione del servizio. Così, è possibile avere classi formate unicamente da persone di cittadinanza non italiana;

– è più stabile nelle sezioni in cui più alto è il numero dei detenuti;

– è garantita dal lavoro di docenti cui non viene chiesta nessuna formazione specifica e che non sono inseriti in una graduatoria dedicata;

– prevede un uso limitatissimo delle nuove tecnologie e in ogni caso non può avvalersi delle potenzialità di Internet;

– cade sotto la responsabilità di dirigenti scolastici individuati sulla base dell’ordine di scuola offerto (primaria, secondaria di primo grado, secondaria di secondo grado), non sulla base dei punti di erogazione del servizio. Così, in uno stesso carcere – fino ad oggi – possono operare docenti dipendenti da due dirigenti scolastici;

– sul territorio regionale e nazionale è caratterizzata da differenze di organizzazione/gestione del servizio anche assai significative;

– è legata ad istituzioni scolastiche che in Emilia-Romagna non sono mai entrate in rete;

– vede di norma quantificato il suo servizio a partire dal numero delle persone che hanno conseguito un titolo di studio, non a partire dal numero di ore di lezione garantito.

  1. I PROBLEMI DI FONDO

Alla luce di quanto evidenziato, sembra necessario approfondire quattro problematiche:

 

  1. È corretto considerare la scuola in carcere come una variante marginale delle scuole normate dagli attuali ordinamenti?

La scuola in carcere da un lato è ancorata alla normativa vigente (si pensi al calendario delle lezioni, alla tempistica delle iscrizioni, alla percentuale di ore di lezione che rende valido l’anno scolastico frequentato…), dall’altro è sganciata dalla normativa vigente in virtù di alcune deroghe (per esempio, le iscrizioni devono essere presentate su carta e non compilando un documento in formato elettronico).

Ci si chiede se la scuola in carcere non debba avere un ordinamento proprio in considerazione delle peculiarità evidenziate nel precedente paragrafo.

A titolo esemplificativo, in questa direzione pare fondamentale riflettere sulla opportunità dell’articolazione delle lezioni nei soli mesi di settembre-giugno, così come sulla opportunità di una raccolta di iscrizioni nel mese di febbraio di un certo anno quando le lezioni inizieranno almeno sei mesi dopo (e la popolazione del carcere sarà cambiata sensibilmente).

Si potrebbe tuttavia riflettere anche sul curricolo proposto ai detenuti. Per esempio, nella scuola del carcere, che opera in un luogo in cui gli atti di autolesionesimo e i tentativi di suicidio sono percentualmente sempre allarmanti, non potrebbe essere utile inserire come disciplina l’educazione fisica, intesa anche come strumento di educazione alla salute, di promozione dell’equilibrio psico-fisico, di prevenzione di disturbi psicologici e psicosomatici?

  1. Quali sono gli obiettivi della scuola in carcere?

Si è generalmente concordi sul fatto che la scuola in carcere debba offrire istruzione e formazione. Tuttavia, per molti le parole “istruzione” e “formazione” sono inscindibilmente legate all’impianto proprio del sistema scolastico-formativo normato dalla legge per i più, non specificamente per i detenuti.

Perseguire “istruzione” e “formazione” all’interno delle carceri significa re-inventare una scuola che parta dai dati di realtà e trovi la sua efficacia nel raggiungere i suoi obiettivi, non nel riproporre modelli pensati per persone che non vivono recluse.

In questa direzione è importante riflettere su cosa possa significare privilegiare l’approccio laboratoriale e professionalizzante nella didattica curricolare (quindi, anche a livello di determinazione delle discipline da proporre).

  1. Chi è legittimato a modificare l’offerta formativa delle scuole all’interno delle carceri?

In Emilia-Romagna, fino all’a. s. 2013/2014 spettava alla Conferenza di Servizio delle singole province la determinazione della offerta formativa del territorio, però in conferenza di servizio il carcere non era rappresentato.

Non è ancora chiaro cosa accadrà quando numerose delle competenze delle Province passeranno ai Comuni.

In ogni caso, gli organi collegiali delle istituzioni scolastiche non possono deliberare l’attivazione di percorsi / indirizzi diversi da quelli già presenti all’interno delle carceri perché – com’è ovvio – solo le figure apicali delle carceri stesse possono autorizzare cambiamenti.

Si ha la sensazione che si sia creato un corto circuito destinato a sclerotizzare l’esistente: né il carcere può ampliare o modificare autonomamente la propria offerta scolastica, né la scuola può ampliare o modificare autonomamente la propria offerta all’interno delle carceri.

Qualora poi l’attivazione di un percorso formativo richieda l’utilizzo di un laboratorio da attrezzare ex novo e la stipula di accordi regionali, come nel caso dei percorsi di IeFP (Istruzione e Formazione Professionale), le difficoltà nell’identificare chi possa legittimamente avanzare una proposta e chi debba reperire i finanziamenti necessari generano di norma il congelamento della proposta stessa.

  1. Quali sono le prospettive per l’istruzione carceraria?

L’organico per le scuole delle carceri rientra nell’organico provinciale ed in passato il numero dei docenti è stato ridotto per abbassare i costi a carico dello Stato. Ciò ha creato gravi problemi, come è stato sottolineato anche dalla Garante Regionale, avv. Desi Bruno, con lettera del 1 giugno 2012 indirizzata all’Ufficio Scolastico Regionale e a due Assessorati della Regione.

Si ricorda che l’Assemblea Legislativa della Regione Emilia-Romagna l’8 maggio 2012 aveva approvato una risoluzione con oggetto il potenziamento delle lezioni scolastiche all’interno delle carceri della Regione. Nella risoluzione si chiedeva alla Giunta Regionale di “realizzare il coordinamento e la razionalizzazione dei contenuti e delle azioni formative, in modo da comporre un quadro d’insieme dell’offerta e della programmazione degli interventi”. Si chiedeva inoltre di “favorire nei tavoli di lavoro interistituzionali l’attività di definizione di indicatori di qualità per la progettazione di percorsi formativi, l’attività di coordinamento e sostegno finalizzato all’aggiornamento degli insegnanti”.

In diverse province della Regione Emilia-Romagna a partire dal 1 settembre 2014 si passerà dai Centri Territoriali Permanenti (CTP) ai Centri Provinciali di Istruzione per Adulti (CPIA). La scuola di base delle carceri (quindi: corsi di alfabetizzazione, scuola primaria, scuola secondaria di primo grado) passerà a questa nuova struttura, mentre le scuole secondarie di secondo grado attive nelle carceri si dovrebbero legare ai CPIA mediante convenzione. Quali procedure devono essere avviate? Si potrà partire effettivamente il 1° settembre? Chi monitorerà il percorso, anche ai fini di garantire il regolare avvio dell’anno scolastico?

Il 18 febbraio scorso l’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia Romagna ha pubblicato il documento “I nuovi orizzonti per l’Istruzione degli Adulti”. E’ auspicabile che il documento venga rimodulato tenendo conto anche delle particolari esigenze delle strutture carcerarie.

C. LE PROPOSTE

Si ritiene necessario sollecitare la Regione a formalizzare linee-guida per tutte le scuole carcerarie dell’Emilia-Romagna; tali linee-guida dovrebbero supportare l’attuazione del Protocollo di intesa tra il Ministero dell’Istruzione e il Ministero della Giustizia “Programma speciale per l’istruzione e la formazione negli istituti penitenziari” (di validità triennale a partire dall’a. s. 2012-2013).

La presentazione delle linee-guida potrebbe essere accompagnata da attività di formazione per docenti e per funzionari della professionalità giuridico-pedagogica (educatori).

Segue, a mero titolo esemplificativo, un elenco di argomenti / tematiche che potrebbero essere sviluppate nelle linee-guida di cui sopra.

1. ORGANIZZAZIONE DEL SERVIZIO

Considerate le caratteristiche della popolazione carceraria, sembra indispensabile vincolare il servizio scuola non al numero di iscritti definito in un certo mese dell’anno, bensì al numero di classi che il carcere ha la necessità di offrire stabilmente sulla base del numero delle persone detenute.

2. ISCRIZIONI

Secondo le disposizioni nazionali, le iscrizioni dovrebbero essere formalizzate entro il mese di febbraio che precede l’inizio dell’anno scolastico. Tra febbraio e settembre, soprattutto nelle Case Circondariali, la popolazione carceraria può cambiare sensibilmente.

Dovrebbe perciò essere possibile accogliere iscritti in qualunque momento dell’anno scolastico. In ogni caso le iscrizioni dovrebbero essere formalizzate a partire da settembre.

È poi evidente, considerata l’impossibilità dell’iscrizione on line, che dovrebbe continuare ad essere consentito l’utilizzo della modulistica cartacea.

3. CURRICOLO

Il numero delle ore di lezione è fissato a livello nazionale/regionale; le discipline sono determinate da norme nazionali/regionali, riferite a studenti per lo più non maggiorenni.

Nella scuola carceraria il numero di ore di lezione dovrebbe tenere conto dei vincoli della struttura. Inoltre, per la scuola secondaria di secondo grado occorrerebbe favorire insegnamenti pratici/laboratoriali/professionalizzanti.

Il Protocollo citato, al punto f) dell’art. 3, impegna ad “allestire laboratori didattici e tecnici di supporto alle attività scolastiche e formative […]”.

4. ORGANIZZAZIONE DIDATTICA

Sarebbe necessario favorire:

–          corsi/attività anche nei mesi di giugno-settembre. In carcere il tempo ha una sua dimensione tutta particolare: è nel periodo estivo che si registra il maggior bisogno di attività, ma in giugno la scuola “ordinaria” finisce il proprio compito;

–          percorsi intensivi (non solo di alfabetizzazione di base);

–          esami di Stato (ex licenza media) in almeno due sessioni l’anno;

–          un approccio didattico modulare che consenta la certificazione delle competenze in qualsiasi momento dell’anno;

–          l’ampliamento della offerta formativa attraverso l’istituzione di percorsi modulari brevi che intercettino bisogni formativi anche di area artistico-creativa;

–          sperimentazione di un portfolio dello studente condiviso, almeno quanto a modello, con i funzionari della professionalità giuridico-pedagogica.

Il Protocollo citato, al punto b) dell’art. 3, impegna a “favorire l’organizzazione di percorsi di istruzione e formazione modulari e flessibili […]”. Naturalmente ciò comporta che ogni singola struttura carceraria predisponga un preciso e sempre aggiornato piano dell’offerta formativa basato sulla definizione di obiettivi e finalità. A questo proposito il Protocollo, al punto i) dell’art. 3, impegna a “effettuare, annualmente e in forma congiunta, la ricognizione dei bisogni formativi […]”.

5. COLLABORAZIONI

Con le risorse umane assegnate dall’amministrazione scolastica spesso non è possibile garantire un servizio che risponda alle necessità di ciascuno. Dovrebbe essere possibile (e dovrebbe essere riconosciuta a livello istituzionale) la collaborazione con enti, associazioni, singoli volontari al fine di garantire a tutte le persone detenute la possibilità di seguire un percorso formativo/scolastico individualizzato, qualora fosse impossibile il percorso di gruppo. Si veda, a questo proposito, il punto d) dell’art. 3 del Protocollo.

6. VALIDITÀ DELL’ANNO SCOLASTICO

Per legge un anno scolastico è valido se lo studente matura una frequenza pari o superiore ai ¾ dell’orario personalizzato.

In una struttura come il carcere dovrebbe essere possibile operare in deroga al vincolo suddetto.

Ciò vale tanto più in quanto in carcere è sempre possibile che un detenuto venga trasferito in altra struttura. A questo proposito sembra fondamentale il punto h) dell’art. 3 del Protocollo che impegna a “individuare i moduli formativi e le relative misure organizzative più idonee a ridurre gli impatti negativi sul processo di formazione derivanti dal trasferimento dei detenuti”.

7. ESAMI DI CONCLUSIONE DEL PRIMO CICLO (EX LICENZA MEDIA)

L’adulto che non abbia frequentato i corsi del CTP per legge deve sostenere l’esame conclusivo del primo ciclo (ex licenza media) con gli studenti delle scuole secondarie di primo grado (di età inferiore ai 16 anni).

Una persona detenuta che si prepari privatamente non potrebbe, quindi, sostenere l’esame in carcere insieme a chi abbia seguito le lezioni della sede carceraria del CTP.

Dovrebbe essere, invece, consentito ai CTP operanti nelle carceri di far sostenere gli esami conclusivi del primo ciclo anche ai privatisti che non abbiano potuto seguire i corsi del CTP stesso all’interno del carcere.

Ciò diventerebbe tanto più ragionevole in quanto l’esame di conclusione del primo ciclo degli studenti delle scuole secondarie di primo grado prevede 4 prove scritte, 2 prove nazionali Invalsi e 1 prova orale su tutte le discipline del curricolo, mentre l’esame presso il CTP prevede una prova scritta di italiano, una prova scritta di matematica e una prova orale.

8. SCUOLA – AREA TRATTAMENTALE

Ai fini di un miglioramento del servizio e del monitoraggio della situazione dei singoli, dovrebbero essere esplicitati tempi e modalità di confronto della scuola con l’area trattamentale.

9. AULE

Si richiama il punto c) dell’art. 5 del Protocollo con il quale il Ministero della Giustizia si impegna, sia pure compatibilmente con le risorse finanziarie disponibili, “ad adeguare le strutture e gli spazi destinati alle attività di istruzione e formazione negli Istituti penitenziari”.

 

TUTTI COME BERLUSCONI!

Plaudo alla modalità con cui il Tribunale di Sorveglianza ha deciso di far scontare la pena a Berlusconi.

Ad una condizione. Che i criteri che hanno portato alla decisione per Berlusconi vengano assunti come criteri generali da tutti i Tribunali di Sorveglianza per tutti i detenuti. Tutti, ma proprio tutti.

Per i bambini che dovrebbero incontrare i loro genitori detenuti in condizioni almeno dignitose.

Per i papà e le mamme detenuti che in questo periodo attendono di sapere se potranno essere presenti alla Cresima o alla Prima Comunione dei loro figli.

Per il detenuto che dal 2 di novembre aspetta di sapere se l’istanza che ha inviato è stata accolta.

Per il papà che aspetta di riconoscere come suo il bambino appena nato, ma deve andare in Comune perché la donna con cui l’ha avuto è solo la sua compagna e non sua moglie. Ma non è “nei termini”…

Per il detenuto a cui è stato revocato l’affidamento per una denuncia che, all’atto della sentenza, era già stata archiviata. Si dovrà fare otto mesi di carcere ingiustamente.

Per tutti quelli che in carcere studiano e avrebbero bisogno di una scuola di prim’ordine.

Per tutti quelli che in carcere non possono studiare perché, quando viene deciso l’organico provinciale, le scuole carcerarie sono le prime ad essere penalizzate.

Per tutti i detenuti che fuori avrebbero un lavoro che li aspetta, ma le pene alternative sono concesse con il contagocce.

Per tutti quelli che non hanno un lavoro, ma sarebbero in grado di cercarselo, se solo ci fosse flessibilità nella concessione dei permessi.

Per i detenuti che hanno diritto ad un ministro del loro culto, ma questo non è sempre possibile per cavilli burocratici.

Per tutti i detenuti che richiedono “agibilità”, di qualunque tipo essa sia.

Per tutti i detenuti che dovrebbero imparare la legalità in strutture illegali, dove la legge non viene rispettata.

Per il Garante, che ha diritto di chiedere come mai l’ufficio del Magistrato di Sorveglianza è sovraccarico di lavoro senza per questo essere attaccato duramente da chi dovrebbe provvedere.

… questi puntini stanno ad indicare gli altri mille PER…